Un marziano a Pescara


Domande ingenue alla Bella Addormentata

14/01/2012

Elezioni forensi a Pescara. Le dichiarazioni dell’avv. Alpa

Archiviato sotto: Vita forense

L’avv. Guido Alpa, del Consiglio nazionale forense, dichiara oggi a proposito della riforma della professione:

“Così si smantella l’Avvocatura. Per i cittadini più spese e meno garanzie”

Mhhh… sarà, ma la cosa non mi convince granché. E’ il solito ritornello che i vertici dell’avvocatura (distanti anni luce dai problemi di chi vive la drammatica realtà quotidiana del foro) cantano in coro quando qualcuno mette – o annuncia di voler mettere – le mani su una gallina le cui uova d’oro hanno raccolto sempre e solo loro.

La riforma annunciata dal governo Monti crea certamente dei problemi anche per i cittadini, ma non sono quelli di cui parlano il Consiglio nazionale forense e i suoi ripetitori locali (gli ordini, quello di Pescara compreso).

Come ho scritto un un altro post, gli avvocati hanno già da tempo subito una pesante erosione di spazi professionali riservati: a parte, infatti, le cause vere e proprie, tutte le altre attività possono già essere liberamente esercitate anche da chi non è iscritto all’albo. E’ non è un male. Bisogna che gli avvocati si convincano che oramai certe attività meccaniche e ripetitive (recupero crediti, esecuzioni, questioni condominiali, infortunistica ecc. ecc.) possono e devono essere gestite con una catena di montaggio analoga a quella delle fabbriche. Fra un decreto ingiuntivo da 1000,00 Euro e uno da un milione, l’attività materiale e intellettuale da svolgere è esattamente la stessa, e dunque – considerato che già ora questi atti sono in realtà gestiti da praticanti quando non addirittura dalle segretarie – non si capisce quale sia il ruolo decisivo dell’avvocato (a parte l’essere stato in grado di “acchiappare” il cliente). Viceversa, l’impostazione della strategia di una causa, la progettazione di un contratto o di una transazione, l’esame di un testimone o l’arringa che chiude il processo quelle sì che sono attività in cui rivolgersi all’avvocato giusto fa la differenza, ed è quindi giusto pagare onorari (anche molto) differenti a seconda dell’avvocato al quale ci si rivolge.

Dunque, il problema dei problemi della professione forense è recuperare la centralità e l’esclusività del proprio ruolo principe: essere il baluardo dei diritti dei cittadini contro l’arroganza del potere dello Stato. E dunque, in pratica, sarebbe necessario stabilire che gli avvocati e solo gli avvocati possono “difendere” in qualsiasi sede in cui ci sia un “giudice” pubblico o privato. Gli avvocati e nessun altro. Se, poi, l’avvocato vuole “buttarsi” nel settore della consulenza o in altri ambiti imprenditoriali, bene, allora che lo faccia ma allora in piena concorrenza con chiunque altro e senza alcun privilegio o rendita di posizione.

E’ chiaro che un approccio del genere implica automaticamente la drastica riduzione del numero degli avvocati. L’esperienza quotidiana del foro dimostra chiaramente che di Carnelutti e De Marsico non ce ne sono poi molti in giro (a dispetto delle cariche politiche o della cattedre universitarie più o meno meritate che proliferano per ogni dove). E allora non dovrebbe essere consentito a chi non “sa” difendere di praticare questa professione. Semplice, no? Ma se si seguisse questa casa, allora che fine farebbero le decine di migliaia di “professionisti” che non rientrerebbero in questa visione? La risposta è analoga a quella fornita a chi si lamentava della perdita di posti di lavoro provocata dalla macchina a vapore: il progresso ha le sue vittime.

La cosa paradossale,  per gli avvocati, è che una vera riforma progressista consisterebbe nel tornare al passato. Quando essere chiamati “avvocato” era un onore e non un insulto.

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