Un marziano a Pescara


Domande ingenue alla Bella Addormentata

11/03/2014

Repubblica.it, i laureati e la correlazione inesistente

Archiviato sotto: Il sonno,L'arretramento tecnologico

Titola un articolo di Federico Pace su Repubblica.it

I peggiori anni della migliore gioventù è disoccupato un laureato su quattro

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Dagli inizi della crisi a oggi è più che raddoppiato il tasso di disoccupazione dei ragazzi che escono dalle università. E nell’ultimo quinquennio le loro retribuzioni reali sono diminuite del 20 per cento. Ma nella fase di ingresso a pagare di più sono sopratutto i diplomati. Un’analisi comparata delle ultime sei generazioni realizzata da AlmaLaurea su 450mila ragazzi

Si tratta di uno dei, soliti, tantissimi interventi che periodicamente rispuntano su giornali e televisioni per “denunciare” lo “scandalo” di giovani anche plurilaureati che però sono disoccupati oppure “lavorano nei call-center”. L’implicazione inespressa di questi pezzi giornalistici è che uno, essendo laureato, avrebbe automaticamente a posti di prestigio con “stipendi di giada” come diceva Daniele Luttazzi.

Ma è vero? No, certamente. Perché  essere laureato non attribuisce un diritto esclusivo al posto di lavoro o addirittura una quota riservata di impieghi; anzi – a dirla tutta – essere laureati significa molto poco e non è di per sé un titolo “qualificante”. Essere laureati non equivale a essere “bravi”. E dunque se non si è “bravi” non si trova lavoro – a prescindere dal titolo di studio.

Ma che significa essere “bravi”? Non si tratta – solo – di avere un libretto con la media del trenta, ma di sviluppare, nel corso degli anni, cultura, capacità di capire il mondo ed esperienze quanto più diverse possibili. E poi c’è il carattere che, spesso, fa la differenza fra il “riuscire” e il “mancare” un risultato.

Il responsabile del personale di una multinazionale una volta mi parlò, chiacchierando davanti alla macchinetta del caffè duranta una pausa di una riunione, della loro grande difficoltà a trovare giovani neo-laureati da assumere. Quelli del nord, diceva, quando li chiamiamo stanno già facendo qualcosa o sono all’estero. Gli altri – quelli che gentilmente decidono di spostarsi dal “paesello” per venire a fare il colloquio preliminare – non conoscono le lingue, hanno poca disponibilità a lavorare in altre città o fuori dall’Italia, sono formalmente titolati ma sostanzialmente incapaci. Ogni tanto, fra questa ramaccia, qualche fiore pure sboccia e se l’azienda è fortunata riesce a coglierlo prima che venga soffocato.

Mi viene dunque da immaginare la categoria dei “laureati da salotto”, orgogliosi di mostrare la laurea appesa e incorniciata al muro, arroganti nel pretendere di essere chiamati “dottori” e livorosi nei confronti di chi, magari privo del “titolo”, con intelligenza, energia e spirito di sacrificio ha raggiunto dei risultati.

Bamboccioni, come li definì Tommaso Padoa Schioppa, anche un po’ maleducati.

 

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