Un marziano a Pescara


Domande ingenue alla Bella Addormentata

20/02/2014

La banalizzazione inutile di Liana Milella

Archiviato sotto: Il potere,Vita forense

Leggo su Repubblica.it un intervento di Liana Milella, sull’indentikit del nuovo ministro della giustizia.

Declinando le qualità che vorrebbe attribuite al ministro, Milella scrive:

PUNTO TERZO. È necessario il coraggio della rottura. È la caratteristica fondamentale. Rompere con il passato, guardare avanti. I processi sono troppo lunghi? Cominciamo ad eliminare la tagliola della prescrizione, e finiranno così i giochetti degli avvocati per “sfinire” il processo per prescrizione.

“I giochetti degli avvocati per “sfinire” il processo”… in questa frase sta tutta la cattiva reputazione che, come categoria, siamo riusciti a tirarci addosso, consentendo la formazione di opinioni come quella di Milella, intrise di sostanzialismo moralista in nome del quale si, l’avvocato deve difendere, ma non troppo. Secondo questa logica, a un certo punto, in nome della giustizia, l’avvocato dovrebbe fare un passo indietro per consentire la condanna del colpevole. Ma in nome della giustizia, se mai esistesse, l’avvocato dovrebbe fare esattamente il contrario e cioè lavorare per l’affermazione del primato delle regole, cioè della Legge, sulle rozze pulsioni giustizialiste.

Milella, però, non sa – o dimentica – che tantissime prescrizioni arrivano perché le indagini preliminari, quelle gestite dai pubblici ministeri, durano un’eternità. Se Milella volesse dedicare un po’ di tempo a un’indagine giornalistica, potrebbe raccogliere dei dati su quante proroghe delle indagini preliminari sono chieste – e concesse – senza che nei sei mesi canonici entro i quali si dovrebbe rinviare a giudizio o archiviare sia stato fatto alcunché.

Se avesse altro tempo, potrebbe approfondire il tema dei fascicoli che arrivano al dibattimento praticamente “nudi”, senza quasi nessun atto di indagine, il che “costringe” a fare nel processo quello che si sarebbe dovuto fare durante le indagini.

E se ne avesse ancora un po’, Milella potrebbe indagare su quanti processi “saltano” perché le cancellerie non eseguono correttamente le notifiche alle parti.

Anche il più scalcinato degli avvocati che abbia qualche anno di toga sulle spalle potrebbe fornire abbondante materiale per questa indagine giornalistica che nessuno farà mai. Però, come mi capita di ripetere sempre più spesso, accentuare una già radicalizzata contrapposizione fra avvocati e magistrati è stupido e inutile. Serve, al contrario, (smettere di far finta di non) capire perché l’opinione comune e quella di giornalisti come Milella continui a dipingerci come una “casta” di fattori del diritto, votata alla mungitura del cliente delle cui sorti non ci preoccupiamo oppure come “pistole a pagamento” disposte a tutto pur di portare a casa un po’ di spiccioli.

Certe volte, di fronte a imbarazzanti scene di vita forense, la tentazione di dare ragione a tesi come quelle di Milella è molto forte. Ma poi, pensando ai colleghi che ancora “credono” nel loro ruolo – e Milella, le assicuro: sono veramente tanti – e che ciascuno di noi ha la fortuna di incrociare in aula beh, proprio non riesco ad accettare di essere considerato uno che “fa giochetti per sfinire il processo”.

Sarebbe bello che il Consiglio nazionale forense e le associazioni di categoria, abbandonata la retorica vuota e pomposa che caratterizza le loro uscite pubbliche, riflettessero su come tutelare veramente la dignità dei tantissimi avvocati che, dalla piccola causa per diffamazione al maxi-processo, hanno l’unica colpa di fare bene il proprio lavoro.

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